Per molti appare ancora un termine fumoso, la bioeconomia non solo già oggi rappresenta a livello nazionale una produzione di 433,3 miliardi all’anno, ma soprattutto ha ampi margini di crescita, in particolare in Friuli Venezia Giulia, dove il suo peso è ancora sotto la media italiana. La bioeconomia è l'insieme delle attività economiche che impiegano materie prime di origine biologica e rinnovabile in sostituzione di quelle petrolifere. Connette filiere cruciali, come il legno e l'agroalimentare, in modelli industriali altamente circolari. Il suo fine è appunto sostituire in modo utile e conveniente le risorse fossili, minimizzando gli scarti e rigenerando l'ambiente. “La transizione ecologica e l'economia circolare offrono un'opportunità di sviluppo che possiamo e anzi dobbiamo cogliere con maggiore vigore” commenta Pier Giorgio Sturlese, presidente di Agrifood Fvg, la fondazione regionale che si occupa anche di bioeconomia, prima di analizzare i dati appena pubblicati nel 12° Rapporto "La Bioeconomia in Europa", curato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo in collaborazione con Spring di Roma.
I dati italiani e locali
Nel 2025, la bioeconomia nell'Unione Europea ha raggiunto un valore della produzione di ben 3.174 miliardi di euro, mentre in Italia l'output ha toccato i 433,3 miliardi di euro, in crescita del 2,7% rispetto all’anno precedente, trainato dalla competitività internazionale della filiera agroalimentare. Nel nostro Paese, il metasettore – che include tutte le attività che utilizzano materie prime rinnovabili di origine biologica – è arrivato a pesare circa il 10% sull'economia complessiva e il 7,6% sul fronte occupazionale, con oltre due milioni di addetti.
Se il Nordest si conferma un motore trainante con 37,1 miliardi di valore aggiunto complessivo (pari all’8,3% del totale della sua economia), l'analisi rivela che il Friuli Venezia Giulia si colloca attualmente al di sotto della media italiana. Sia per quanto riguarda l'incidenza del valore aggiunto della bioeconomia sul totale regionale, sia per il peso degli occupati del settore sul totale della forza lavoro, la nostra regione insegue il trend nazionale e i risultati delle regioni vicine come Veneto ed Emilia-Romagna. “Questo posizionamento, tuttavia, non va letto come una bocciatura, bensì come un'evidente spazio per crescere e opportunità per creare valore – aggiunge Sturlese -. Essere sotto la media nazionale significa disporre di ampi e fertili margini di crescita e di investimento, potendo contare su solide basi industriali già esistenti sul territorio”.
Settori trainanti in regione
Il Friuli Venezia Giulia, infatti, vanta eccellenze storiche proprio nei due comparti chiave evidenziati dall'indagine. In particolare, per la filiera del legno-arredo, vanta sia il polo "Mobile e pannelli di Pordenone" sia il distretto "Sedie e complementi di arredo" di Udine. Tuttavia, emerge una sfida strutturale: a livello nazionale, oltre la metà delle imprese del legno-arredo non utilizza ancora materie prime seconde locali o, se lo fa, in modo limitato. Inoltre appena il 6,1% progetta i propri prodotti per la casa in ottica di ecodesign e di possibile disassemblaggio per il riuso. Altrettanto il settore agricolo a oggi non riesce a valorizzare le oltre 1.000 tonnellate di sottoprodotti vinicoli, le 10.000 tonnellate di paglia e stocchi di mais o le 25.000 tonnellate di ramaglie ancora conferite alle oasi ecologiche o abbandonate in bosco, vigneto o frutteto con evidenti costi e rischi fitosanitari.
“Le analisi in corso frutto dei nostri progetti comunitari C4B e ToBeReal – ancora il presidente - confermano che la mancata valorizzazione di queste biomasse crea un mancato valore non trascurabile per il nostro territorio sebbene le tecnologie e le competenze siano oggi localmente disponibili e anche mutuabili dalle esperienze di altre regioni italiane ed europee. In questo sicuramente un tavolo di confronto tra i soci di Agrifood Fvg, le direzioni regionali e gli enti di tutela ambientale dovrà essere intrapreso al più presto”.
Un focus particolare può essere rivolto alla filiera alimentare. Qui accanto all’esperienza positiva del marchio regionale “Io Sono FVG” che conta circa 700 nuovi prodotti generati da filiere necessariamente collegate al territorio per almeno il 50% della materia prima impiegata, anche altre sono le sfide da affrontare per il futuro. Tra queste sicuramente la riduzione e il riciclo dei materiali di confezionamento, pratiche ancora molto limitate. Per esempio, sebbene nella nostra regione siano presenti ben quattro realtà di confezionamento di bevande e acque di grosse dimensioni si è ancora molto legati all’impiego di materiali plastici, ad oggi riciclati, mentre nella vicina Austria la circolarità consortile nel riuso delle bottiglie in vetro è un presidio non solo sostenibile, ma anche strategico al fine di non riversare i costi dei materiali di imballaggio interamente sul consumatore e di favorire il legame di quest’ultimo con le attività produttive locali.
Potenziale inespresso
“I dati – continua il presidente della fondazione regionale - ci dicono chiaramente che la bioeconomia è un asset strategico per la resilienza e la competitività del territorio, ma ci mostrano anche che il Friuli Venezia Giulia esprime ancora un potenziale inespresso rispetto alla media del Paese. Questo divario rappresenta il nostro principale margine di crescita economica per i prossimi anni. Anche se giovane, Agrifood Fvg in collaborazione con diversi partner locali e anche esteri ha già avviato numerosi progetti per l’applicazione di innovazioni al sistema produttivo, sia food sia non food, stimolando l’interesse di numerose imprese, in particolare di piccola dimensione che sono quelle che più hanno difficoltà ad accedere a questi percorsi. Non è più solo una questione di ambiente e sostenibilità, ma ormai per un sistema produttivo molto dipendente dall’estero la bioeconomia rappresenta una delle principali leve del proprio sviluppo”.
“Nella prossima programmazione europea 2028-34 e per il rapporto Draghi, la bioeconomia è un settore strategico il cui sviluppo può ridurre la dipendenza dell’Unione e anche dei nostri territori da materiali, alimenti e beni provenienti da paesi terzi - chiosa Sturlese -. Una regione rurale come la nostra può avere opportunità importanti nel mettere a punto, testare e industrializzare percorsi tali da essere protagonista nell’economia di domani”.